The Beatles: Eight Days A Week-The Touring Years

Se siete appassionati dei Beatles non potete perdere questo bel documentario realizzato dal regista statunitense Ron Howard (eh si, Richie Cunningham). Qualcuno dirà: “Bel furbone! Un film sui Beatles è un successo sicuro.”
Personalmente non ho mai visto un suo film anche se nel 2002 ha vinto un premio Oscar come miglior regista per “A Beautiful Mind” premiato anche mome miglior film più altri due Oscar (4 in totale), almeno mi sembra; mi piace il cinema ma non sono un assiduo frequentatore, anche perché sono un po’ esigente.
Di certo Ron Howard ha avuto accesso a un bel po’ di materiale e, credo, sia un grande appassionato dei Beatles, l’ho sentito dire alla radio a Hollywood Party ma si capisce anche guardando il film.
Il documentario si incentra sul periodo 1963-1966 della mitica band inglese, durante il quale tennero 250 concerti in tutto il mondo ed al cui termine il gruppo decise di non fare più esibizioni dal vivo e concentrarsi sul lavoro in studio.
Lo ammetto, il mio giudizio sul film non può essere preso come una critica cinematografica, non sono all’altezza, e poi sono troppo appassionato per cui a me piace sempre vedere materiale video sui musicisti che mi piacciono.
Però vi consiglo la visione di questo film, in primo luogo per saggiare ancora una volta la bravura di questi quattro musicisti; la remasterizzazione dell’audio dei concerti presentati è davvero notevole, le urla del pubblico sono state un po’ ridimensionate e quello che viene fuori è il suono dei Beatles di quel periodo storico.
La ritmica beat che riprende la tradizione del miglior rock’n’roll americano intriso di country blues, le belle chitarre, sia ritmica che solista, con il suono degli amplificatori valvolari e poco altro, le stupende voci soliste e cori armonizzanti che caratterizzano in modo particolare la musica dei Beatles.
Che dire, ci fosse oggi un gruppo che suonasse così sarebbe ugualmente travolgente, almeno per me e credo tante altre persone.
Poi c’è l’aspetto sociologico del fenomeno, ossia la particolare configurazione del periodo storico, quel mondo in fermento, il fatto che i teenagers fossero in maggioranza rispetto alle altre fasce di età, la sincerità dell’espressione musicale e dei personaggi che li facevano subito percepire come amici o in qualche modo della propria parte.
La forte amicizia dei quattro i quali, supportandosi a vicenda, cercavano di tenere botta allo stress di quello che da quel momento sarà lo star system del pop rock che prima di allora era apparso magari con Elvis ma di quelle dimensioni.
Non c’era mai stato nessuno che aveva bisogno di suonare negli stadi per quanto pubblico attirasse, era una novità assoluta.
Le prese di posizione del gruppo riguardo il fatto che i concerti americani non fossero soggetti alla segregazione raziale che in molte parti degli Stati Uniti era all’epoca usuale.
Poi i tanti fatti, alcuni noti altri un po’ meno, testimoniati sia dai due Beatles rimasti in vita con delle clip dei due scomparsi, che da altri personaggi intervistati, che determinarono la loro vicenda e la decisione di dedicarsi maggiormente al lavoro in studio dove poi realizzarono canzoni e album memorabili.

Il film rimarrà in programmazione al cinema ancora per pochissimo tempo, in coda viene proposto l’intero concerto allo Shea Stadium di New York del 1966.