“Borg McEnroe”, il film che racconta la sfida perfetta tra le prime due rockstar del tennis mondiale

“Deve sentirsi l’uomo più solo di questo cazzo di pianeta”. A parlare così è Vitas Gerulaitis, tennista e forse più ancora playboy. Si sta godendo la vita in discoteca. Davanti a lui c’è John McEnroe. L’argomento, come sempre, è Bjorn Borg. Sta per cominciare Wimbledon 1980 e lo svedese è obbligato a vincere per il quinto anno consecutivo. “Borg non è una macchina. E’ un vulcano che si tiene tutto dentro, finché non esplode”. Gerulaitis non ha mai battuto Borg, ma evidentemente lo conosceva bene.

“Borg McEnroe”
è uno dei migliori film di sport mai girati. Diretto da Janus Metz Pedersen, è stato prodotto in Svezia, Danimarca e Finlandia. Gli attori sono splendidi, su tutti Sverrir Gudnason (identico a Borg) e l’irrequieto Shia LaBeouf (un McEnroe credibilissimo). Tutto funziona, dalla capacità di scavare nella psiche dei due duellanti – così diversi e così simili – alla ricostruzione di quegli anni. Anche le sequenze tennistiche sono incredibili, a partire dal tiebreak del quarto set in finale: lo vinse McEnroe 18-16, e fu la prima volta che il pubblico non americano lo applaudì, ma l’incontro lo vinse Borg al quinto. È un film che ricorda da vicino Rush, il capolavoro di Ron Howard che seppe raccontare la sfida tra Hunt e Lauda: se al primo sostituite McEnroe e al secondo Borg, non cambia molto. Ed è un complimento. C’è il dramma, c’è l’amicizia. C’è la sfida perfetta: c’è quella cosa che a volte nello sport accade e si chiama “epica”.

Il film, anzitutto, restituisce lo spaesamento di Borg. Lo fa sin dall’inizio, quando Borg è in cima al grattacielo della sua casa a Monaco, e quando si sporge dalla terrazza non capisci – non lo capisce neanche lui – se stia allenando i bicipiti o se pensi al suicidio. Comincia a camminare nel centro della cittadina monegasca, tutti lo riconoscono e si rifugia in un bar. Il barista non sa chi sia e gli domanda il nome: “Mi chiamo Ruhne, faccio l’elettricista. È un bel lavoro, un lavoro normale”. Ruhne è il nome del padre di Borg. Elettricista, appunto. Prima di assurgere a macchina, Borg era uno sfasciaracchette non meno di McEnroe. Infatti, nel rivale, si rivede. Lo stima. Addirittura, nella finale, lo stimola a non smarrirsi: “Stai tranquillo, è una bella partita, pensa solo a giocare”.

Il giovane Borg si allenava nella periferia di Stoccolma contro un garage. Aveva già il rovescio bimane, perché era bravo anche a hockey e gli era venuto naturale farlo così. Troppo irruento, i club dei ricchi lo cacciavano sempre: “Il tennis è uno sport per gentiluomini, non è adatto a tutti i ceti sociali”. A credere in lui, al punto da farlo esordire in Coppa Davis a soli 15 anni, è Lennart Bergelin. Ex tennista, tre volte ai quarti a Wimbledon. Lo interpreta il solitamente bravissimo Stellan Skarsgard: “Dicono che tu non ci sia con la testa. Promettimi di non mostrare più emozioni in campo. Sarai come una pentola a pressione. Mi hai capito?” Borg capì e vinse 11 Slam. Vittima e ostaggio “di un cazzo di rito religioso” (è ancora Gerulaitis a fotografarlo), non calpestava la linea di fondo perché portava sfortuna. Chiedeva sempre la stessa auto, lo stesso hotel, le stesse sedie. Ogni sera controllava l’incordatura delle cinquanta racchette. E dormiva in camere freddissime per abbassare la frequenza cardiaca. Un uomo autocondannatosi all’implosione, laddove il rivale era l’esatto opposto.

Il New York Times lo definì “il peggior rappresentante dei valori americani dai tempi di Al Capone”. In campo se la prendeva coi piccioni e in cuor suo sognava di diventare trattenuto come Borg, per compiacere gli esigentissimi e ricchissimi genitori. Era un altro tennis, in cui i protagonisti divennero di colpo icone. Rockstar. Macchine da soldi. Lo capisci dagli scazzi tra lui e Connors, col primo che provoca e il secondo che scavalca la rete e quasi lo prende a cazzotti. Lo capisci dalla parabola di Peter Fleming, amico e compagno (prodigioso) di doppio di McEnroe, che proprio con John perse il suo unico quarto a Wimbledon in singolare, e forse accadde perché l’amico gli rubò la cavigliera senza la quale non poté giocare al meglio. C’è anche Arthur Ashe: “McEnroe ha più talento di Borg, ma Borg è un martello pneumatico. Ti sfinisce. McEnroe è più una lama affilata che colpisce di continuo, non sembra far male ma poi alla fine ti accorgi che stai morendo dissanguato”.

Borg arrivò devastato a quel quinto Wimbledon. Lo vinse, ma a quale prezzo? Il suo allenatore lo sapeva: “Per Bjorn arrivare secondo o terzo è come arrivare tredicesimo. Se comincia a perdere, per lui è la fine”. L’anno successivo, sempre in finale con McEnroe (di cui è grande amico), perse Wimbledon e Us Open. Uscì dal campo di New York prim’ancora della premiazione: aveva capito che era finita. Si ritirò a 26 anni, provò a tornare goffamente a inizio Novanta con ancora le sue racchette di legno. Tentò il suicidio, si sposò tre volte, andò incontro a crac finanziari: era saltata la pressione alla pentola. Era esploso il vulcano.